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Quando Davide batte Golia, imparare la strategia dallo sport per aumentare il fatturato

Imparare la strategia dallo sport per aumentare il fatturato

Imparare la strategia dallo sport per aumentare il fatturato

Febbraio 1994, Olimpiadi di Lillehammer, Norvegia. E’ tutto pronto per la staffetta 4x10 km di sci di fondo. 200.000 spettatori, addetti ai lavori e atleti hanno la stessa certezza: la vittoria non può sfuggire ai padroni di casa. Tutti convinti tranne quattro. Si chiamano Maurilio De Zolt, Marco Albarello, Giorgio Vanzetta,  Silvio Fauner e hanno fatto un patto di ferro. La loro strategia è semplice: nessuno di loro si deve schiodare dal norvegese di turno per sfruttare il minimo ma tangibile vantaggio della scia, nessuno deve perdere contatto dall’avversario.

Si parte. De Zolt  deve vedersela con l’imponente Silvertsen che cerca subito di fare il vuoto. Ma uno come De Zolt non lo stacchi. Lo chiamano il Grillo per il fisico minuto e quello stile saltellante. Non ti togli facilmente dai piedi uno che vinto la diffidenza dei critici continuando a ripetere fin dagli inizi della carriera: “Gli altri fondisti saranno più alti e forti, ma hanno due palle come me. Quindi me la gioco”. Non importa se ormai ha 44 anni e il volto scavato da mille battaglie sulla neve, uno come lui non ti lascia scappare compromettendo la strategia di gara  e termina la frazione nel gruppo di testa.
Marco Albarello è un combattente nato. Quando una cosa gli sembra giusta lotta per ottenerla e sa che adesso la cosa giusta è rimanere appiccicato al norvegese: la strategia non prevede deviazioni. Lo affianca quasi a intimargli che la medaglia d’oro non è così scontata: per la vittoria bisogna fare i conti con gli azzurri.
Al terzo cambi tocca a Giorgio Vanzetta. Ha perso gare che sembravano alla sua portata ma quando c’è una staffetta puoi contare su di lui: non tradirà. Se gioca per la squadra trova energie sconosciute e completa la missione senza sbavature. Ora gli spettatori cominciano ad avvertire un po’ di paura ma si tranquillizzano pensando che nell’ultima frazione toccherà a Bjorn Daehli. Daehli è un uomo bionico con un fisico irreale, lo sguardo cattivo e la mentalità del vincente. L’Italia ribatte con Silvio Fauner, il più giovane della comitiva con i suoi 25 ani. Lo chiamano il Genio perché sa inventare qualcosa in uno sport dominato dalla preparazione scientifica. Fauner sa di avere di fronte un mito vivente ma ha una possibilità: se si arriva in volata può giocarsi le sue carte. La strategia a tavolino prevedeva questo e fino a quel punto la strategia era stata il faro che aveva illuminato la gara degli azzurri. Prima però bisogna resistere per dieci chilometri. Il norvegese mette un ritmo impressionante, non vuole scherzi, vuole presentarsi al traguardo senza una compagnia sgradita.  Il momento chiave è la salità a metà percorso. Tutti sanno che lì attaccherà Daehli.  A vederlo arrampicarsi su quella rampa con i quadricipiti che si contraggono, la bocca che si spalanca e le braccia che mulinano vorticosamente mette paura. Gli altri cedono di schianto, Fauner no. Soffre, ha una smorfia di dolore ma non cede un centimetro. E’ inutile che Daehli si volti dopo ogni accelerazione, Fauner è sempre lì. La discesa serve solo a rilassare per un attimo i muscoli, ora si gioca tutto allo sprint. E’ quello che i quattro moschettieri azzurri sognavano ma adesso che il traguardo è vicino Fauner non deve farsi prendere dalla paura di vincere. Daelhi non pensava di arrivare a quel punto, è nervoso e lanca la volata da lontano, troppo lontano. Fauner gli rimane in scia, ai 30 metri dal traguardo lo affianca, a 10 lo supera. E’ oro. Allo stadio scende un silenzio glaciale. Il pubblico non ha per un minuto la forza di applaudire, poi non possono faraltro che rendere merito ai Davide che si erano messi in testa di battere Golia. E che ci sono riusciti.

La strategia e il gioco di squadra rendono possibili le imprese nello sport. Lo stesso vale nel business per chi si chiede come aumentare il fatturato ma si affida all’improvvisazione

 

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