IL BLOG DI PROGESIA

Arthur Ashe , l’esempio del più grande

Arthur Ashe

Arthur Ashe

Ci sono i campioni e ci sono i vincenti. I vincenti arrivano prima degli altri e non è poco. Conquistano coppe e medaglie, riempiono l’albo d’oro con il loro nome. Ma la storia la fanno i campioni: quelli che arrivano in uno sport e lo lasciano in condizioni diverse e migliori di come lo hanno trovato. Sono parole di Arthur Ashe. Lui non è stato solo un vincente anche se ha vinto tanto. E non può neppure essere considerato semplicemente un campione perché ha contribuito a cambiare la storia non solo della suo disciplina ma della propria nazione incidendo sulla società, scardinando pregiudizi, insegnando agli altri che c’è sempre qualcosa per cui vale la pena di lottare. E’ studiato a scuola e andrebbe analizzato anche da chi vuole migliorare la propria vita: a prescindere che l’obiettivo sia aumentare l’autostima o scoprire come aumentare il fatturato 

Se fosse una favola, inizierebbe così: “C’era un bimbo che aveva avuto in dono una racchetta per giocare a tennis. Voleva provare il suo nuovo giocattolo ma fuori dal cancello trovava un signore cattivo che scuoteva il capo e non gli consentiva di entrare. Ogni giorno tornava al campo e ogni giorno il custode faceva segno di no. Non sorrideva, non diceva una parola: decideva chi poteva varcare la soglia e chi doveva tornare indietro con un cenno soltanto. Con i bimbi come Arthur la risposta era sempre negativa”.

Ha sei anni, è gracile all’aspetto, un po’ dinoccolato nei movimenti e vedendo quella porta inaccessibile, chiede spiegazioni al padre. La verità è che non può superare il cancello perché è afroamericano e il colore della sua pelle è un problema.

Se non per lui, sicuramente per gli altri. Come si fa a spiegare il razzismo ai figli quando la discriminazione è sostenuta dalla legge? In molti stati dell’America di metà Novecento sono ancora vietati i matrimoni misti, sono previsti tavoli separati nei ristoranti, non c’è possibilità per allievi di etnie diverse di frequentare le stesse aule, persino bere alle stesse fontane è inammissibile. Insomma, si può insegnare ai figli a lottare per difendere i propri diritti, a ribellarsi alle ingiustizie, a protestare  per far valere le proprie ragioni, ma se si tratta di bambini? I genitori americani dell’epoca ricorrevano spesso all’unico stratagemma possibile per non svelare troppo presto le vigliaccate del mondo: lavoravano di fantasia. E così, per esempio, raccontavano come i posti riservati sui bus fossero una “carineria”.

«Ecco, i nostri sedili sono quelli in fondo. Sono stati così gentili da scriverci niggers per evitare che gli altri possano rubarci il posto. Guarda, dal vetro posteriore possiamo goderci la strada che scorre mentre andiamo verso casa».

Il papà di Arthur Ashe aveva optato per un’educazione molto severa. Doveva crescere i figli da solo perché la moglie se ne era andata troppo presto ed era convinto che soltanto norme ferree potessero dare una formazione adeguata. Cronometrava i minuti impiegati dal figlio per tornare da scuola: se si superava il tempo limite, scattava la punizione. Era presente, aveva fatto capire ad Arthur che avrebbe potuto contare su di lui ma che avrebbe presto dovuto imparare a meritarsi da solo rispetto e fiducia.

Siamo nella capitale dello stato della Virginia, la prima colonia inglese del Nord America. Richmond ha sette colli come Roma, è stata il teatro di manovre cruciali durante la Guerra di Secessione, si aggira su 200.000 abitanti mal contati. Eppure, anche se non si sa  il perché, ha dato i natali a gente come Patricia Cromwell, Tom Wolfe o Shirley MacLaine. A volte le eccellenze nascono dove uno non se lo aspetta e a Richmond la gente è così diffidente da non aspettarsi mai nulla. Dal punto di vista demografico la popolazione ha sempre visto prevalere l’etnia bianca e questo ha acuito l’atteggiamento ostile nei confronti della black people. Arthur lo ricorderà ormai adulto: «Mia bisnonna è stata venduta per una balla di fieno, mio nonno è stato meno libero di mio padre che è meno libero di me». I suoi antenati erano schiavi, arrivati negli States per lavorare nelle piantagioni.

Certi  capitoli di storia americana appaiono diluiti, rallentati, si intuisce la direzione ma la velocità è da moviola. Il cammino verso la libertà è snervante: per acquisire un diritto, bisogna attendere che scivoli via una generazione.

Il più grande storico del Novecento, Marc Bloch, sosteneva che per conoscere la storia bisogna partire da ciò che vedono i propri occhi e poi tornare indietro, fotogramma per fotogramma da quello più vicino alla nostra vista sino al più remoto. Studiare il passato per comprendere il presente ma anche vivere il presente per capire il passato perché comunque i protagonisti erano e rimangono uomini e non numeri. Secondo l’autore, un matematico può essere un buon matematico rimanendo chiuso nel proprio stanzino a studiare formule e numeri. Uno storico no. La storia è materia viva e per conoscerla bisognava vivere, respirare nelle strade, sentire quello che si dice la gente nei bar. Ashe faceva così: girava per la propria città e per le città vicine per poi interrogarsi su come si fosse creata quella situazione.

Del campo da tennis “esclusivo” abbiamo già detto:  per i bimbi afroamericani di Richmond c’è una struttura pronta ad accoglierli, un punto di ritrovo che è qualcosa di più di un centro sportivo. Si chiama Brooke Field Park ed è una sorta di un’isola polifunzionale. Chi vuol far attività fisica, agonismo o semplicemente sfogare la propria esuberanza, va lì. Arthur lo conosce bene perché suo papà ci lavora come guardiano e prova differenti discipline. Non il football perché considerato troppo pericoloso, sogna di diventare una stella del baseball, si cimenta anche con l’atletica, il nuoto e il tennis. Lo sport è vissuto come un gioco finché Ronald Charity intravede delle qualità e suggerisce al padre di portare il ragazzino da Walter Johnson, o meglio Dr.Walter Johnson. È più che un tecnico, assomiglia a un guru e ci sa fare dato che ha accompagnato i successi di Althea Gibson, la prima tennista di colore capace di sfatare il tabù di conquistare un titolo del Grande Slam. Dr.Watson chiede un po’ di tempo per tracciarne un profilo tecnico, ma gli bastano poche sessioni di allenamento per emettere il suo verdetto. Prende da parte il genitore e lo folgora: «Suo figlio è nato per giocare a tennis. Ha una coordinazione sorprendente e poi è dannatamente intelligente: capisce il gioco con una maturità insospettabile per uno della sua età. Si accorge dei punti deboli degli avversari e adatta i propri colpi per mettere in difficoltà chi sta dall’altra parte della rete. Sono cose che molti imparano dopo anni, altri non le imparano affatto. Per suo figlio sono capacità innate».

Il papà non si oppone: Arthur può continuare a dilettarsi con dritti e rovesci, ma a una condizione. Dovrà continuare a studiare. Non si tratta di un sacrificio, avrete già capito che si tratta di uno sportivo particolare. A lui i libri piacevano e pensava che servissero (sembra una tautologia ma negli USA per le promesse sportive sono previste persino università così “stravaganti” da poter essere frequentate anche senza l’incombenza di aver preso il diploma). Ormai le innocenti favole che aveva ascoltato da bambino sono state accantonate in uno scatolone con i vecchi giocattoli dell’infanzia. È il momento di lottare per evitare che altri bambini in futuro si sentano dire che hanno la pelle troppo scura per accedere a un centro sportivo; bisogna insistere nel percorso verso l’uguaglianza aumentando la velocità di crociera della storia. Doveva studiare per capire il mondo e per avere qualcosa di interessante da dire per cambiarlo. Fare tennis e farlo bene permetteva di alzare il volume della voce affinché le sue parole riecheggiassero sempre più lontano.  Come ripeteva lui: nobody listen to a loser, nessuno sta a sentire un perdente. Non significa che la ragione sta sempre dalla parte del più forte; passerà la vita a difendere le minoranze e non solo quella di cui faceva parte. Nobody listens to a loser è un invito a credere che le ingiustizie non siano definitive. Non è ammesso rassegnarsi: c’è sempre l’occasione di lottare per ribaltare la situazione urlando poi anche agli altri che è possibile sovvertire le gerarchie. Si può nascere succubi, non si può accettare di esserlo per una vita.

 

 

Le basi del successo

 

L’adolescenza di Arthur Ashe è un susseguirsi di riconoscimenti. Allievo modello a scuola, campione predestinato con la racchetta. Frequenta la Maggie Walker High School ma ottiene il permesso di trasferirsi a St. Louis per i mesi estivi. Il grande salto arriva con la scelta universitaria: approda a UCLA (University of California, Los Angeles). Vince il titolo accademico, eppure la vera notizia è che pur sapendo che potrà vivere bene e guadagnare meglio giocando a tennis, continua a dedicarsi agli studi fino a conseguire brillantemente la laurea in economia, business administration per la precisione. Sarebbe diventato un uomo d’affari se avesse voluto. Ma non voleva perché si divertiva troppo a disegnare il campo con dritti, voleé e rovesci. È il più giovane statunitense della storia a partecipare agli U.S. Open e sarà il primo a meritarsi la convocazione per la Coppa Davis. Nonostante questo, si fa notare soprattutto per quello che fa fuori dal campo. È tra i milioni che marciano su Washington nel 1963 scandendo i messaggi di Martin Luther King, ne riprende i proclami e ci mette la faccia. Ribadisce come non si possa essere neri moderati finché ci saranno barriere razziali; perché se è vero che nel 1964 il Civil Righs Act emanato da Lindon Johnson sul disegno originario di John Fitzgerald Kennedy ha cancellato ogni discriminazione dalla legge, rimane il pregiudizio a ghettizzare la black people. Con i soldi dei premi e degli sponsor, Ashe inizia a costruire centri sportivi che hanno un’unica condizione. Free, sono aperti a tutti e vengono costruiti proprio nei quartieri dove solitamente si fa tutto tranne pensare a come impugnare una racchetta. Sceglie le periferie, i rioni più disagiati e orizzonti ancora inesplorati dal tennis. Sarà lui a insegnare i primi rudimenti in Camerun a un bambino di cui si sentirà parlare parecchi anni dopo.

È ammaliato dalla figura di John Wooden, che negli stessi anni e sempre a UCLA, sta scrivendo le prime pagine della leggenda del basket a Los Angeles. Un allenatore chiamato a educare alla pallacanestro una città dove la pallacanestro era una beata sconosciuta. Il metodo di Wooden prevedeva una gestione del gruppo rivoluzionaria, in cui si insegnava ai ragazzi ad allacciarsi correttamente le scarpe per scongiurare le vesciche e al tempo stesso si preoccupava che leggessero classici della letteratura e raccolte di poesie. Non alzava mai la voce, non diceva mai una parolaccia (qualcosa di equivalente ad “accidempoli” quando proprio era fuori di sé) eppure riusciva ad essere adorato da ciascun suo giocatore. E non solo perché nessun altro tecnico ha vinto come lui. Ogni tanto, tra un allenamento e un altro si lasciava andare ad aforismi che i giocatori memorizzavano per poi ripeterli a distanza di anni quando diventavano genitori: «Preoccupatevi più della vostra coscienza che della vostra reputazione. Perché la coscienza riguarda ciò che voi siete realmente mentre la reputazione è ciò che gli altri pensano che voi siate».

Ashe si sentiva vicino a Wooden, erano apparentemente opposti eppure volevano le stesse cose con il carisma di chi non si atteggia a rivoluzionario, perché fare la rivoluzione gli riesce naturale. Wooden era un bianco in uno sport di neri, Ashe era un nero in una roccaforte bianca.

La piramide del successo plasmata dall’allenatore e che verrà ripresa fedelmente da manuali di psicologia dello sport e di coaching, prevedeva una scalata lenta in cui ogni atleta imparasse ad apprezzare i propri miglioramenti, a ottenere il massimo di sé senza cercare scorciatoie. Wooden aveva cercato su un vocabolario la definizione della parola “successo”. Non gli era piaciuto, non si arrendeva a credere che il successo fosse un riconoscimento da parte di altri di una situazione di privilegio. E così coniò una sua personale accezione del termine per poterla dispensare ai suoi giocatori: “il successo è la serenità di saper di aver fatto tutto ciò che era nelle proprie possibilità raggiungendo così il miglior risultato all’interno dei propri limiti”. Anche la maturazione di Arthur segue questo percorso: lenta e inesorabile. Affina il suo gioco partita dopo partita, da bambino si metteva davanti a un muro e colpiva la palla sino alla sfinimento. Da professionista cura la preparazione in modo meno “artigianale”, ma con la stessa maniacale dedizione. Chi assiste alle sue partite, lo vede attaccare con lo stile di uno schermidore che si lancia in un affondo di fioretto: conquista spesso la rete dopo aver caricato la palla d’effetto. Non è particolarmente potente o esplosivo atleticamente preferendo l’agilità e la pulizia del gesto tecnico. Elegante persino nella corsa. In questo l’aiuta la cura dell’abbigliamento, della pettinatura. Persino degli occhiali che gli conferiscono l’aspetto di un professore di college. E per certi versi, un professore lo è anche in campo. In pochi sanno leggere la partita come lui, studia gli avversari e ne esplora i punti deboli trovando sempre un modo per nascondere i propri nei.

È arrivato all’elite giovane, dovrà attendere di avere venticinque anni per salire all’Olimpo. La consacrazione arriva a Forrest Hills nel 1968. La semifinale è contro Graebner: dovrebbe essere una sfida tra tennisti, è una lotta tra due modi di essere. Talento contro regolarità, aristocrazia contro classe operaia, bianchi contro neri: una contesa così interessante in ambito psicologico e sociologico da indurre un giornalista a osare di raccontarla punto per punto in un libro[1]. Ashe vincerà il duello e supererà in finale l’olandese volante Tom Okker dopo un’altra battaglia campale. Mentre iniziano le celebrazioni, si ricorda da dove proviene e lo ricorda a chi lo sta ammirando sulle tribune o in televisione. «Sono molto contento perché sono americano e ho vinto il torneo più importante degli Stati Uniti. Però, ancora oggi, in questa nazione io e quelli con la pelle del mio colore non siamo ammessi in sette circoli di tennis su otto». Non è un dettaglio che in ambito maschile sia il primo tennista nero a vincere un titolo del Grande Slam. A chi lo aveva “preceduto” tra le donne era andata anche peggio. Althea Gibson era nata in Carolina, è cresciuta ad Harlem e appesa la racchetta al chiodo, ha finito col recitare con John Wayne. Nel frattempo, è stata la migliore giocatrice degli anni cinquanta trionfando anche a Wimbledon. Ma la prima volta che si è presentata negli spogliatoi dell’ All England Lawn Club, si era sentita domandare dalla sconcertata avversaria: «Ma da quando quelle come voi si possono cambiare insieme a noi?». Quando riceverà il trofeo, scandalizzerà ancora la platea. «È un bel passo avanti stringere la mano alla regina rispetto a quando dovevo sedermi nella zona riservata ai neri negli autobus per andare in centro a Wilmington»

 

Manifesta superiorità culturale

Gli anni settanta sono per il tennis una decade cruciale. Nasce l’Atp, il professionismo tout court, cresce l’interesse del pubblico, arrivano gli sponsor e con loro i soldi. Tanti, non quanti quelli che finiscono nelle tasche dei campioni di oggi, ma comunque più che sufficienti per cambiare la vita. Ashe non è un samaritano, non si dispiace affatto per i montepremi a tanti zeri ed è consapevole che guadagnare bene facendo ciò che rappresentava il primo divertimento quando era bambino, è una fortuna più unica che rara. Eppure, nei viaggi tra un torneo e l’altro, si ferma a riflettere sui rischi della commercializzazione dello sport. Perché i giocatori sono gli attori ma chi regge i fili rimane nell’ombra. C’è un solo appuntamento che gli appare ancora immacolato, intonso. Si chiama Wimbledon ed è il torneo più importante di tutti, quello che si sogna la prima volta che si impugna una racchetta e ha regole del tutto particolari. L’etichetta impone di vestirsi di bianco ma in questo caso l’obbligo cromatico ha un tono nobile: l’abbigliamento di giocatori e giocatrici per Ashe è il simbolo del candore con cui bisogna avvicinarsi alle segrete stanze del tennis.  «Anche adesso che viaggiamo come una troupe di cani ammaestrati, venti volte il giro del mondo in un anno, è una cosa incredibile ritornare per quindici giorni in un luogo in cui tutto funziona con amore. Darei un anno di vita, magari una mano, pur di vincerlo. È un posto incredibile, un posto dove tutti dovremmo vestirci puliti, di bianco, se già non ci fosse quella regola». Il torneo però sembra sfuggirgli, stagione dopo stagione arriva vicino alla meta ma qualcosa lo ferma. A 32 anni ormai sembra tardi per alzare il trofeo; eppure in quel fatato 1975 sente qualcosa di diverso, come se la storia lo spingesse in una direzione. Il suo cammino è pressoché trionfale, ha una continuità di rendimento dal primo turno sorprendente che lo porta quasi in carrozza in finale. Ad attenderlo però c’è l’avversario che più lo indispone. Ha affrontato per tre volte Jimmy Connors in precedenza e per tre volte a fine partita ha dovuto stringere la mano a Jimbo con l’occhio deluso dello sconfitto. Non gli piace Connors, non gli è mai piaciuto: è un lottatore come lui, ma vive la competizione in modo diverso. Ashe vuole vincere per affermarsi, per far capire a chi sta peggio che se lui è riuscito a emergere, possono riuscirci anche loro. Connors combatte perché non tollera la sconfitta e lo dice apertamente: I hate to lose more than I love to win, Odio perdere più di quanto ami vincere. Può sopportare di non avere una coppa in mano, non può accettare di vederla sollevata dalle braccia di un altro. Stili diversi anche tecnicamente: finora i colpi piatti e potenti di Connors hanno sempre avuto la meglio sui virtuosismi di Ashe. Il campione di Richmond sa che questa è la grande occasione e la prepara al meglio. Prima della finale annota su dei foglietti la tattica da seguire e si porta i bigliettini in campo. L’idea è rischiosa: rallentare il gioco per mandare fuori giri chi sta dall’altra parte della rete. Funziona. Per due set l’erba di Wimbledon diviene per Connors simile alle sabbie mobili di certe sciagurate spiagge dell’Olanda. Sprofonda punto dopo punto, più si dimena e più precipita. Ha una reazione d’orgoglio che gli consente di conquistare il terzo parziale e cerca di spostare l’incontro sui suoi binari. Esulta, aggredisce verbalmente, smania per trasformare la contesa in bagarre. Chiunque altro finirebbe col disunirsi, verrebbe roso dai dubbi sulla necessità di abbandonare la strategia iniziale e cercare un piano B, ma Ashe tiene duro. Continua sul sentiero tracciato negli spogliatoi, rilegge mentalmente quegli appunti in cui aveva annotato tutti gli stratagemmi necessari per sfatare la maledizione Connors. Li aveva portati in campo non perché temesse di dimenticarsi qualcosa ma per ricordarsi che doveva essere coerente sino in fondo. C’è una foto tratta da un cambio campo che è diventata storica con Connors con lo sguardo livido verso il pubblico e Arthur con gli occhi socchiusi, in meditazione se non proprio in trance. Non risponde alle provocazioni e riprende a tessere la tela fino a completare la missione: per la prima volta un uomo di colore sfata il tabù di Wimbledon, l’oasi conservatrice della racchetta.

Il più grande giornalista sportivo americano, John McPhee scriverà il giorno dopo sulle colonne del New Yorker che Ashe ha vinto per manifesta superiorità culturale. Sono parole che vanno scandite perché segnano una svolta epocale: un americano di colore che batte un americano di pelle bianca per manifesta superiorità culturale è un calcio ai pregiudizi, agli stereotipi, ai luoghi comuni. Perché allora – a dire la verità qualche refolo razzista rimane anche oggi – una visione miope prevedeva che gli sportivi di colore potessero eccellere perche dotati di fibre muscolari impareggiabili per saltare più in alto o correre più veloce ma che non si trovassero a loro agio quando si trattava di mettere sul campo acume o competenza. E invece Ashe aveva trionfato a Wimbledon più con la testa che con le gambe, usando dosi massicce di autocontrollo per spegnere ogni provocazione del proprio avversario. Ha vinto a modo suo, con sapienza e tenacia ancor più che col talento.

Nello stesso anno, sono in programma i Masters a Stoccolma. È l’unico torneo in cui non vi è eliminazione diretta dall’esordio: i migliori otto giocatori del ranking vengono divisi in due gironi round robin; i primi due classificati approdano alle semifinali. Nel match che apre il programma, Ashe è contrapposto a Ilie Nastase. Il rumeno è, a detta di molti, uno dei tennisti più talentuosi dell’epoca e, a detta di tutti, il più grande figlio di una buona donna che si sia mai visto su un campo di gioco. Nessuno sa far saltare i nervi al rivale come lui. Il suo campionario prevede la deliberata perdita di tempo, il dialogo con gli spettatori, la protesta con l’arbitro, il finto infortunio e l’insulto libero per chi sta dall’altra parte della rete. In quest’ultima specialità è un perfezionista e cambia l’ingiuria di volta in volta trovando quella più idonea a far mandare fuori giri l’avversario. Sia chiaro che ha doti da istrione uniche, mai ripetute e mai ripetibili che lo portano a trasformare il campo centrale dei grandi tornei in un improvvisato palcoscenico di un cabaret che lo vede come mattatore assoluto. Proprio per questo gli arbitri sono più permissivi sapendo che squalificare Nastase equivarrebbe a mutilare lo spettacolo.

Dato che Dio li fa e poi li accoppia, il rumeno e Connors per anni saranno inseparabili nel doppio. Vinceranno tanto finché un bel giorno, Connors riguardando la contabilità si accorgerà che i premi vinti nei tornei sono inferiori alle spese per le multe comminate per il comportamento della strana coppia in campo. Fine del sodalizio, ma questa è un’altra storia.

Al Masters di Stoccolma, Nastase passa la vigilia del match in attesa di trovare il giusto epiteto da affibbiare ad Ashe: quale può essere il suo punto debole? Facile. È  da sempre impegnato nelle battaglie contro la discriminazione razziale. Ecco allora che gli viene naturale cominciare ad apostrofarlo con Negroni.  È una provocazione continua sin da primo scambio:  “What a shot Negroni” o “Where did you learn, Negroni?” (“Che colpo, Negroni!”,“Dove hai imparato a giocare così bene, Negroni?”). Ashe ascolta e non risponde, vorrebbe spaccare la racchetta ma continua a giocare. Arriva sino al 4-1 in suo favore nel set decisivo e a quel punto lascia il campo. L’arbitro gli fa notare che perderà la partita in caso di abbandono e lui replica: “I don’t care! I’d rather lose that than my self-respect”, Preferisco perdere questo piuttosto che il rispetto di me stesso. Frase tipicamente da Ashe anche per modi e tempi scenici. Abbandona il campo quando il punteggio è decisamente dalla sua parte, come a dire a Nastase: “i tuoi insulti non servono neanche a farti vincere. Ma se pensi che per  una partita sia lecito mettere da parte la dignità, allora tieniti il match”.

Nobody listens to a loser,again. Manifesta superiorità culturale, ancora una volta. E il giorno dopo i grandi saggi del Masters riunendosi per assegnare la partita, capiscono di non poter premiare chi si è limitato a insultare decretando il successo del campione americano. Un po’ perché si era accorto di aver superato il limite e un po’ per convenienza personale (Nastase aveva bisogno che Ashe vincesse l’ultimo match del girone con Orantes per strappare la qualificazione), il rumeno si presenta da Ashe con rose bianche in segno di perdono. Arthur accetta perché sa che per il rivale offendere in campo era solo un modo per distrarlo, le parole usate un mezzo e non corrispondevano ai suoi reali convincimenti. In fondo dava del razzista ai sudafricani, del nazista ai tedeschi e così via. Alla fine, Nastase vincerà il torneo e i due finiranno col sorridere di quanto avvenuto come vecchi compari.

Negritudine e malattia

 

Si ritira nel 1979. Non per scelta sua, ma del cuore. Curioso destino: le gambe rispondono ancora bene, il braccio è quello di sempre. Però gli diagnosticano un problema cardiaco e fine dei giochi. Ashe accetta di appendere la racchetta al chiodo con fatalismo. In fondo, prima o poi la carriera doveva terminare e l’età era giusta per pensare a cosa fare dopo. Aveva vinto i tornei che aveva sognato da bambino, voleva conquistarsi il rispetto e si era meritato anche stima e ammirazione. Ha mostrato che anche quelli di colore potevano giocare bene a tennis come i bianchi (“Il tennis è sempre stato uno sport bianco e io sono la prova che i neri possono farlo altrettanto bene”) ritrovandosi con un conto in banca che escludeva ogni preoccupazione per il futuro.

C’è un solo rammarico. Ha la sensazione di non aver chiuso il cerchio: ha conquistato tre titoli del Grande Slam ma manca il Roland Garros. Lo sport sa regolare congiunture apparentemente inspiegabili o, dipende dalla prospettiva d’osservazione, facilmente comprensibili se si ha una visione romantica delle stravaganti parabole del destino. Vi ricordate quel viaggio a Yaoundè in Camerun del 1972? In quell’occasione Ashe aveva regalato la prima racchetta della loro vita a bambini che fino a quel momento ignoravano l’esistenza stessa del tennis. Tra loro c’è un fanciullo treccioluto che di nome fa Yannick, di cognome Noah e che vincerà il suo unico titolo dello Slam  a Parigi nel 1983. Proprio Noah è convinto che il suo percorso e quello di Ashe siano stati legati da un filo invisibile. Ha completato il Grande Slam in black conquistando la perla che era mancata al suo predecessore e ha proseguito nella sua opera per realizzare campi da tennis nelle periferie del mondo. Come se un faro gli avesse illuminato la via da percorrere fino alla meta.

Ashe continua a impegnarsi per battaglie civili. Difendere le minoranze, sempre, comunque. Combatte per i diritti dei più deboli perché è convinto che siano anche i propri. Non è solo un ex campione sportivo, è una persona ancora prima che una personalità apprezzata dalla classe operaia, dalla borghesia, dalla stampa e dagli intellettuali. È diventato un simbolo universale proprio lui che aveva conosciuto emarginazione e segregazione.

Poi succede qualcosa. Un giorno, il suo braccio destro improvvisamente non risponde ai comandi. Lo ha usato per anni come un cesello per scolpire con la racchetta ma ora è assente. Ashe si precipita all’ospedale convinto che si tratti di un problema legato ai soliti disturbi cardiaci, il medico invece appare perplesso. Il sintomo è inusuale e ordina le prime analisi: toxoplasmosis. A quel punto, il dottore ha un sospetto ancora più terribile. Non è più il braccio paralizzato a preoccupare, la patologia è tipica dei sieropositivi. Ulteriori accertamenti daranno la conferma: Arthur Ashe ha contratto l’ Aids. In seguito scoprirà che il contagio è avvenuto a causa di una sacca di sangue infetta somministrata durante una trasfusione per la seconda operazione al cuore. Che fare? Ora sappiamo qualcosa di più sull’Aids, ma negli anni ’80 era buio totale. L’unica certezza era quella di avere una bassa aspettativa di vita con una qualità della stessa ancora inferiore. Come se non bastasse, la caccia alle streghe era selvaggia. C’è un libro autobiografico, My own story, che racconta la storia di Ryan White, un ragazzino dell’Indiana che negli stessi anni è stato vittima di una trasfusione infetta come Ashe. Appena la voce si diffonde in città, l’ignoranza si trasforma in cattiveria. Inizialmente la scuola gli vieta di seguire le lezioni e quando un’ordinanza lo riammette, quasi metà degli studenti non si presentano. Allo stesso modo, molti lettori disdicono l’abbonamento al quotidiano che Ryan recapita ogni mattina nelle case degli abitanti del quartiere per il timore che il semplice contatto con le pagine da lui sfiorate possa essere fatale. Le battaglie dei suoi genitori serviranno a smuovere la pubblica opinione al punto che Elton John o Michael Jackson ne difenderanno la causa dedicandogli due canzoni mentre i mass media si attiveranno per richiedere leggi che tutelino i malati.

Anche un guerriero come Ashe ha paura, forse per la prima volta nella vita. Si trova nella stessa situazione in cui si era trovato tanti anni fa suo padre: quella di dover spiegare qualcosa di talmente brutto alla propria figlia da far rimanere le parole strozzate in gola.  Già, come si fa a dire alla propria figlia che il papà potrà giocare con lei ancora per poco, che non sa fino a quando avrà la forza per prenderla in braccio, che non sarà presente il giorno del diploma o alla festa di laurea? Ashe sceglie di non dire nulla, di prendere tempo, di non togliere troppo presto l’illusione che tutto vada bene. Sembra funzionare, nessuno si accorge di nulla mentre prosegue le sue battaglie sociali: sfida il governo chiedendo che l’assicurazione sanitaria sia a portata di tutti, spende pubblicamente la propria immagine per profughi, reietti, esiliati. Finché un giornalista di Usa Today viene a sapere del segreto e lo costringe a rivelare al mondo quanto gli sta avvenendo. Ce ne sarebbe abbastanza per scegliere se denunciare, insultare, malmenare o far malmenare il cronista. E invece Arthur capisce che anche questa battaglia va combattuta a viso scoperto. Tanti si avvicinano affranti non dandosi pace per la carognata del destino che se l’è presa proprio con lui. Ma è lo stesso Ashe a ribaltare il gioco proprio come quando da tennista trovava soluzioni impensabili quando la partita sembrava compromessa. «Tutti mi chiedono perché sia capitato questo proprio a me. Se rivolgessi la domanda a Dio, mi direbbe: “Perché non me l’hai chiesto quando hai vinto Wimbledon, quando hai incontrato la donna che ami o quando è nata la figlia che sognavi?”». Come sempre pensa a chi sta peggio di lui. Non soltanto vuole far sapere che l’Aids può colpire tutti ma pretende che non ci siano più pregiudizi legati alle modalità con cui è stata contratto il virus. Tutti i sieropositivi devono essere rispettati, difesi, sostenuti. Lo ripete proprio a chi distingue considerando vittime soltanto quelli che come lui sono stati contagiati per “colpa” di altri.

Non gli è rimasto più molto tempo. Lui lo sa ma non ci dà peso. Potrebbe maledire la sorte che gli toglie gocce d’energia giorno dopo giorno e invece si fa arrestare per aver voluto manifestare solidarietà ai profughi di Haiti con una protesta davanti alla Casa Bianca.    Lo sanno anche gli altri e qualcosa fanno. 11 Febbraio 1990: Nelson Mandela viene liberato dopo ventisette anni di carcere. In quel preciso momento, tutti cercano Mandela. Lo cercano coloro che hanno sempre appoggiato la sua lotta e che hanno sofferto per la  detenzione. Lo cercano coloro che non hanno fatto nulla per richiederne la libertà ma che ora sanno che è politically correct tesserne le lodi. Lo cercano persino coloro che ne avevano ostacolato la liberazione e che adesso provano con faccia di bronzo (per non dire di peggio) a salire sul carro dei vincitori. Ma mentre il mondo cerca Mandela, Mandela cerca Ashe. “I’m an Ashe fan” e va a incontrare il campione malato. Arthur si congeda dalla vita in punta di piedi il 6 Febbraio1993: la sua vita non ha superato neppure la boa del mezzo secolo. Pochi giorni prima per scusarsi di non poter essere presente a una conferenza, aveva mandato un video messaggio. Ora è il tennis che deve fare qualcosa per lui. Viene intitolato a suo nome il premio Humanitarian of the year, riservato a quei giocatori che hanno saputo impegnarsi fuori dal campo prendendo posizioni scomode, senza temere di inimicarsi qualcuno per sottolineare un’ingiustizia, una discriminazione, un sopruso. Ma è anche l’America che deve dimostrare di essere cambiata, con e anche per merito di Ashe. Il torneo più importante degli Stati Uniti, gli Us Open, ha un campo centrale da 24.000 posti dove il brusio del pubblico spesso è accompagnato dal boato degli aerei che planano verso il vicino John Fitzgerald Kennedy Airport. Ora si chiama Arthur Ashe Stadium: come l’epilogo di una fiaba dove il bambino che non poteva entrare in un centro sportivo scopre che il più importante campo della sua nazione anni dopo porta il suo nome. Prima di morire aveva detto: «Le cose cambiano, se si vuole. Me ne vado troppo presto per vedere un presidente di colore, ma arriverà quel momento». E come sempre, aveva capito come va la storia prima degli altri.

 

 

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